Sono le 08.59, dovrei essere in ufficio fra un minuto, non ce la farò mai. Detesto la mia condizione con orario impiegatizio, vorrei essere indipendente non dover rispondere a i tassativi e statici orari di lavoro. Essere libero d’organizzarmi i miei impegni e la mia giornata dovendo solo rispondere a me stesso.
Penso che questo mio desiderio corrisponda a quello che in gergo viene denominato “libero professionista”, una condizione che mi appare per necessità ancora molto lontana.
Scendo dal bus con passo celere, le mie gambe hanno la frequenza di un maratoneta, mi infilo in via Oberdan, fa caldo, comincio a sudare, ma perchè ho ancora sto giubbino così pesante? La bella stagione incalza allo stesso ritmo delle lancette dell’orologio, mi guardo avanti, un uomo di colore sgualcito come i suoi vestiti porge un cappellino da baseball vuoto e triste come lui.
Un pensiero mi fulmina il cervello; se già io, giovane e disincantato italiano con il mio contratto co.co.co. vivo con un perenne stato d’ansia perchè il mio futuro certo è a breve termine, i soldi che guadagno mi permettono solamente di sopravvivere e pagare i costi fissi della vita contemporanea e i sogni che mi rimangono sono incubi che prendono forma e colore nelle mie notti tormentate, cosa deve essere per questo giovane uomo di colore, senza più patria e senza nessuno che lo difenda e aiuti, avere la forza di alzarsi ogni mattina e tirare avanti? Cosa sono i miei incubi rispetto ai suoi? Orsetti rosa ripieni d’elio che svolazzano nel cielo.
Mi frugo nelle tasche, ho solo qualche centesimo, mi fermo davanti a lui, senza guardarlo, mi apro la giacca , sfilo il portafoglio e dal taschino porta monete cerco qualche doblone in oro nordico.
Settanta centesimi, glieli allungo e li lascio cadere nel cappello, i nostri occhi si incrociano, i suoi cercano con fatica di sorridere.
“Buona giornata” dico io e riprendo a passo celere il mio tragitto per l’ufficio con un proliferare di pensieri che fanno sgranchire i miei neuroni ancora addormentati.
Buona giornata? Come mi è venuto in mente di auguragli buona giornata. Sà di presa per il culo, ma che giornata vuoi che abbia quell’anima sperduta. Buona fortuna sarebbe stato più indicato, ma anche questa la trovo inadeguata, non credo che lui e la dea bendata si siano mai incrociati finora.
Settanta centesimi, mi vergogno di me stesso, non esito a spendere per me tre euro per un panino oppure quattro euro per un pacchetto di sigarette e ad una persona che ha bisogno d’aiuto mi metto a fare i conti sugli spicci. Vorrei tornare indietro, dargli di più, ma la vergogna e il malessere mi pervadono, l’ufficio mi chiama, devo andare, ma in realtà sto solo scappando dal senso di colpa che cresce e monta in me fino a materializzarsi con un nodo alla gola.
Svolto la curva a piazza San Martino imboccando via Marsala alzo lo sguardo e me ne trovo davanti un altro, sospiro, la scena si ripete, mi fermo davanti a lui, sfilo il portafoglio spicci non ne ho più, gli allungo un euro.
Ci guardiamo, sta volta non dico nulla, lascio parlare i nostri occhi e sistemandomi la giacca riparto per il mio dovere.
La soglia marginale di bene quotidiano si avvicina mi sento meglio, dentro di me c’è un incontro di boxe fra alla mia destra Senso Di Colpa in pantaloncini rossi e alla mia sinistra Angelo Appagato in pantaloncini Blu. Appagato ha appena sferrato un montante destro a Di Colpa che traballa e cade al tappeto. Appagato esulta e manda a fare in culo la mamma di Di Colpa che lo insulta dalla tribuna.
Sono vicino al portone che mi toglierà la luce del sole anche per tutt’oggi.
L’Italia mi riporta ogni giorno che passa sempre di più alla mente scene viste in sud America, di gente persa per le strade delle città a mendicare, esseri senza un perchè. Scene che fino a qualche tempo fai avrei reputato impossibili nella mia Europa, ma i fati anche questa volta mi piallano via un pò di sicurezza di dosso.
Gli Italiani ha deciso. Lo straniero in cerca di cibo non merita il nostro aiuto. Lo straniero non lo si deve nemmeno vedere.
Di Colpa non deve permettersi di vincere nemmeno un incontro.
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